mangiarsi l’orizzonte

per Giancarlo
che per primo ha visto lontano

Da piccolo avevo paura dell’acqua, ma mi fermavo a lungo sulla spiaggia a fissare l’orizzonte. Pensavo che quella linea fosse davvero qualcosa. Senza capo né coda e che portasse lontano pur racchiudendomi dentro un posto sicuro. Una casa.
Poi ho imparato a nuotare e quando ero al largo che sbracciavo ho capito che non era possibile arrivare fin là. Che la casa non esisteva e l’unica cosa da fare era tornare indietro sulla terra ferma, con ancora il suono dell’acqua sotto la pelle. A richiamarmi dove non potevo andare.

A Castelnovo non ci sono spiagge e neppure il mare. Non ci sono binari e quindi nemmeno una stazione. C’è però qualche semaforo e uno in particolare si trova lungo un viale che porta di là dai monti. Quasi vicino all’orizzonte.
Appena dopo questo semaforo c’è un Capolinea.
Di solito uno si abitua a pensare che qui si scende e il viaggio finisce. Come in tutte le stazioni di questo mondo senza più luoghi.
Al Capolinea però il viaggio non finisce, ma inizia soltanto, appena entri.
D’inverno senti il caldo buono di una stufa rossa e intravedi alcuni orizzonti sconfinati appesi alle pareti. Le luci non sono mai accecanti o sfacciate. Illuminano quel tanto che basta a segnare un limite per le ombre.
Quando entri di solito c’è un tipo alto con gli occhiali che ti saluta e ti sorride. Il suo sguardo, la prima volta che l’ho incontrato, pareva andare altrove, un poco più lontano di dove si posavano i suoi occhi.
È sempre lui che ti fa sedere e io di solito scelgo un angolo, vicino a un quadro dove si vede una distesa bianca di neve e un cielo tinto di ocra e di verde, con un albero spoglio che si nasconde nel vento.
Il tempo è sospeso e così puoi iniziare a viaggiare proprio senza muoverti. Davanti a te iniziano a danzare riflessi rossi di stanze nei calici di cristallo, tante piccole cose colorate appaiono sui piatti e in bocca senti alcuni sapori che vengono direttamente dai pascoli su in alto, dalle cantine e dagli orti.
È a questo punto che dimentichi e ricordi insieme. Non sai più dove eri diretto quando ti sei fermato, dove ti portava la strada. E ti ricordi invece di quando eri bambino che l’acqua ti faceva paura e tu lo stesso te ne stavi in riva al mare a fissare l’orizzonte. Assapori le cose nel passare lento del tempo e scopri che c’è tempo per ogni cosa. È un posto il Capolinea dove puoi anche parlare con qualcuno sottovoce e sentire tutto con chiarezza. Anche meglio se ci fosse un assordante silenzio. D’estate invece puoi fermarti sul retro al fresco, dove c’è anche un piccolo rettangolo di prato e l’aria leggera, qualche rumore della strada, ma come fosse lontano. Chissadove.
Ti muovi appena e se chiudi gli occhi non sei più lì. Sei in mezzo al mare che nuoti e ogni volta che respiri è come se mangiassi l’orizzonte.

(Emanuele Ferrari, da Un cortile di pioggia agli inizi di aprile 2009)

2 commenti
  • sere 17 maggio 2012 a 13:07

    Che bello, sembra di essere lì..complimenti, spero di venirci un giorno..o sono già lì?

    • umberto 23 maggio 2015 a 10:32

      La lettura mi ha coinvolto in modo completo e
      ho vissuto attraverso le parole l’ atmosfera di
      tante belle serate passate al Capolinea. Meraviglioso

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