parole in calice

per Laura
e il suo e nostro nuovo
Capolinea – Enoteca con Cucina

Quel posto lì, quando eravamo giovani e ci sentivamo davvero toghi, nelle nostre giacche color salmone, lo chiamavamo la Salita di Goldoni, che non c’entrava nulla con il grande drammaturgo della Locandiera.

Quel posto lì, quando eravamo toghi con le nostre giacche color salmone dalle spalline improponibili, era per noi Il Belvedere, non propriamente una locanda, ma in poche parole una pizzeria, che sembrava ancorata alla strada in forte pendenza, e guardava un lato della Pietra.

Quel posto lì, quando giravamo il sabato sera da un posto all’altro, prima di finire in discoteca, non troppo distante da lì, con le giacche color salmone e una cotoletta infilata nel taschino, era un posto dove a fare le pizze c’erano lo Snodo e Falcao, per un certo periodo si chiamava anche Il Gatto e la Volpe.

Ecco ora, oggi quel posto lì è sempre quel posto lì, ma è anche un altro posto. Anzi è un posto che è Lì ma anche Altrove, un posto che quando ci passo del tempo mi fa venire in mente una poesia, se la trovo alla fine ve la scrivo, ma prima ho voglia di raccontare altre cose.

Quel posto lì intanto non è più una salita, ma è diventato una discesa. C’è come uno strano movimento, sarà forse la pendenza della strada, una specie di andare e venire, partire e ritornare: un posto che se ci penso bene era ed è ideale per essere di nuovo un Capolinea.

Il Capolinea infatti, un posto dove un tempo uno poteva addirittura “mangiarsi l’orizzonte”, si è messo in viaggio, ha fatto lui la Salita di Goldoni, ha risalito la corrente come fanno gli storioni e ha trovato casa in uno spazio che sembra la tolda di una nave, una di quelle che guardano lontano, che si muovono da uno scoglio verso una terra ignota che gli sta davanti, una terra come la Pietra di Bismantova, dove Dante ha scritto “qui convien c’om voli.”

Il Capolinea è atterrato qui. Con le sculture, ma anche i lampadari di Giorgio Benevelli, un uomo che sapeva passare in un attimo dalla matita alla materia, sapeva dare forma al vuoto e sussurrarci dentro un’anima di bellezza.

Perché in fondo, il Capolinea Enoteca con Cucina, appena ci entri, è questa cosa qui: un anima di bellezza che si esprime in un sussurro.

Ma poi quel posto lì, Capolinea in viaggio, nell’andirivieni della Salita e Discesa di Goldoni, è anche e soprattutto la bellezza di un’anima.

E la sua nuova anima, creata in parti uguali e distinte da Stefania e Giancarlo, nella meravigliosa differenza che ha fatto loro attraversare mondi, per incontrarsi sempre nuovi, quest’anima si chiama Laura.

Laura lo senti dal nome che viene dal vento. Laura lo vedi dal sorriso che ama profondamente quello che fa. Laura lo senti da come cammina che ha sperimentato di persona quello che un giorno ha scritto un signore di nome Marcel Proust: “un vero viaggio di scoperta non è vedere nuove terre, ma avere nuovi occhi.”

Laura ti accoglie, anzi no ti ospita nel suo Capolinea – Enoteca con cucina, e quando viene al tavolo quello che fa la differenza non è tanto cosa ti porta (da mangiare e da bere), ma dove ti porta. Tu ti siedi, guardi fuori, scegli qualcosa e lei ti fa viaggiare: mette insieme terra e carne, aria e acqua, spiriti divini e angoli nascosti che lei ha conosciuto e gustato, un po’ in giro per l’Italia e per il mondo, profumi e sapori che ha scelto di condividere, di raccontare, in quel filo invisibile fatto di poche parole, pause e silenzio, pensieri che si muovono tra i tavoli, gli scaffali, la cucina, le vetrine, ciò che si vede, ma anche ciò che si sente, mettendosi in ascolto, accarezzando la luce senza dimenticare il corpo vivo delle ombre.

Così quando finisci il tuo tempo, in quel posto lì, quando esci in verità tu sei ancora dentro uno sguardo, la salita e la discesa si confondono e anche la Pietra, davanti a te sembra muoversi, ricordarti che qui una volta era tutto coperto dalle acque, un oceano antico che ci ha lasciato sabbia, conchiglie, sassi.

Dopo una sosta al nuovo Capolinea davvero “il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Ma la poesia non è solo questa. Non sono soltanto Dante e Leopardi, che forse sarebbero anche abbastanza, ce n’è una in particolare, una particolare che mi viene in mente ogni volta che esco da quel posto lì: l’ha scritta Vincenzo Cardarelli e s’intitola Sera di Liguria e fa così:

“Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.

Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.

Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare”.

Ecco Il Capolinea Enoteca con Cucina è quel posto lì.
Anzi quel posto qui.
Ancora meglio è un posto così: con le finestre che si accendono su cuori che amano, le cose lontane che ricordano il mare, e un sacco di navi, che stanno per salpare.

(Emanuele ‘Azio’ Ferrari, febbraio 2024)

per Giancarlo
che per primo ha visto lontano

Da piccolo avevo paura dell’acqua, ma mi fermavo a lungo sulla spiaggia a fissare l’orizzonte. Pensavo che quella linea fosse davvero qualcosa. Senza capo né coda e che portasse lontano pur racchiudendomi dentro un posto sicuro. Una casa.
Poi ho imparato a nuotare e quando ero al largo che sbracciavo ho capito che non era possibile arrivare fin là. Che la casa non esisteva e l’unica cosa da fare era tornare indietro sulla terra ferma, con ancora il suono dell’acqua sotto la pelle. A richiamarmi dove non potevo andare.

A Castelnovo non ci sono spiagge e neppure il mare. Non ci sono binari e quindi nemmeno una stazione. C’è però qualche semaforo e uno in particolare si trova lungo un viale che porta di là dai monti. Quasi vicino all’orizzonte.
Appena dopo questo semaforo c’è un Capolinea.
Di solito uno si abitua a pensare che qui si scende e il viaggio finisce. Come in tutte le stazioni di questo mondo senza più luoghi.
Al Capolinea però il viaggio non finisce, ma inizia soltanto, appena entri.
D’inverno senti il caldo buono di una stufa rossa e intravedi alcuni orizzonti sconfinati appesi alle pareti. Le luci non sono mai accecanti o sfacciate. Illuminano quel tanto che basta a segnare un limite per le ombre.
Quando entri di solito c’è un tipo alto con gli occhiali che ti saluta e ti sorride. Il suo sguardo, la prima volta che l’ho incontrato, pareva andare altrove, un poco più lontano di dove si posavano i suoi occhi.
È sempre lui che ti fa sedere e io di solito scelgo un angolo, vicino a un quadro dove si vede una distesa bianca di neve e un cielo tinto di ocra e di verde, con un albero spoglio che si nasconde nel vento.
Il tempo è sospeso e così puoi iniziare a viaggiare proprio senza muoverti. Davanti a te iniziano a danzare riflessi rossi di stanze nei calici di cristallo, tante piccole cose colorate appaiono sui piatti e in bocca senti alcuni sapori che vengono direttamente dai pascoli su in alto, dalle cantine e dagli orti.
È a questo punto che dimentichi e ricordi insieme. Non sai più dove eri diretto quando ti sei fermato, dove ti portava la strada. E ti ricordi invece di quando eri bambino che l’acqua ti faceva paura e tu lo stesso te ne stavi in riva al mare a fissare l’orizzonte. Assapori le cose nel passare lento del tempo e scopri che c’è tempo per ogni cosa. È un posto il Capolinea dove puoi anche parlare con qualcuno sottovoce e sentire tutto con chiarezza. Anche meglio se ci fosse un assordante silenzio. D’estate invece puoi fermarti sul retro al fresco, dove c’è anche un piccolo rettangolo di prato e l’aria leggera, qualche rumore della strada, ma come fosse lontano. Chissadove.
Ti muovi appena e se chiudi gli occhi non sei più lì. Sei in mezzo al mare che nuoti e ogni volta che respiri è come se mangiassi l’orizzonte.

(Emanuele Ferrari, da Un cortile di pioggia agli inizi di aprile 2009)

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